La chitarra e il tempo perso

guitar

Ho provato mille volte a prendere in mano la chitarra. Ogni volta, aprivo la custodia con speranza, la accordavo, suonavo qualche accordo... e poi mi fermavo. Non ero stanco, non ero impegnato, ma quel improvviso ritiro, come se il suono della chitarra fosse più spaventoso del silenzio.

Pensavo di imparare a suonare uno strumento. In realtà, stavo imparando ad affrontare me stesso. Le mie dita premono le corde, eppure non esce alcun suono; il ritmo si spezza, e così anche il mio umore. Nessun insegnante a correggermi, nessuna routine di studio fissa: ogni errore è solo mio. Così ho imparato a smettere, a fingere che la chitarra silenziosa non abbia importanza.

Ma non credo che non abbia importanza. Ho solo paura dello sforzo costante: venti minuti al giorno, anche se si tratta solo di un semplice arpeggio, anche se ripeto uno schema spezzato finché non smette di tremare. Quella pazienza... l'abilità che non ho ancora imparato.

Forse la vera difficoltà non è imparare le diteggiature o gli accordi, ma accettare il mio ritmo: lento, instabile, facilmente distraibile. Permettermi di sbagliare un accordo un giorno senza chiudere la custodia, riprovare il giorno dopo. Capire che il progresso non è una linea retta, ma una serie di giri a ritroso.

Ora prendo ancora la chitarra ogni tanto. Non necessariamente per suonare, ma per ricordare: non sto lottando con un oggetto, ma sto facendo pace con me stesso. Ogni volta che la prendo in mano, è una piccola vittoria, non perché suono bene, ma perché non la poso più.

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